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Dom, infanzia spezzata in guerra, da Sarajevo ad oggi
Il docu di Battistella al lido nelle Giornate degli Autori
Una "grande storia di sradicamento e di infanzia spezzata" legata alla guerra in Bosnia e l'assedio di Sarajevo, ma anche di fratellanza, capacità di reagire, senso di comunione: un racconto che risuona forte anche oggi, dall'Ucraina a Gaza. Sono i fili rossi, spiega il regista Massimiliano Battistella all'ANSA, di Dom, il suo documentario al debutto alle Giornate degli Autori ( Notti veneziane) sezione autonoma e parallela della Mostra del cinema di Venezia (27 agosto - 6 settembre). Nel film non fiction, realizzato da Kama Productions, in coproduzione con Mess e Method e la collaborazione di Global Film Partners, il cineasta segue il viaggio alla ricerca del suo passato e delle sue radici, di Mirela, quarantenne bosniaca, che vive a Rimini con il compagno e i due figli. L'arrivo nel nostro Paese per lei era avvenuto nel 1992, quando fu organizzato dalla Prima Ambasciata dei Bambini PDA (Prva Djecija ambasada Medjasi) un convoglio di due pullman che portò in Italia 67 bambini di Sarajevo, allora in pieno assedio. Fra questi, 46 bambini e adolescenti, Mirela compresa, provenivano dall'orfanotrofio Ljubica Ivezic (cambierà poi nome in Djeciji dom Bjelave), che ospitava orfani e minori con situazioni familiari disagiate. Una strada ripercorsa nel documentario fra passato e presente, anche attraverso i filmini girati fra Bosnia e Italia in quegli anni, che portano la protagonista a ritrovare gli amici fraterni e a tentare un riavvicinamento con la madre, che l'aveva abbandonata da piccola. Battistella ha conosciuto Mirela durante le ricerche per un film di finzione su un'altra storia di maternità, ma "appena l'ho incontrata ho capito di dover realizzare un documentario su di lei, perché la sua storia era travolgente, come lo era lei, con la sua umanità e la sua forza". Il regista per supportare emotivamente sia i protagonisti della storia che la troupe ha collaborato, anche a livello autoriale, con Lisa Pazzaglia, specializzata nell'uso dello psicodramma per l'ascolto e il dialogo. "Ognuno dei ragazzi portati in Italia ha una storia a se' - spiega il regista -. Alcuni sono riusciti a tornare a Sarajevo altri sono rimasti in Italia, ma tutti vivono con questo senso di sentirsi 'nel mezzo', da una parte all'altra, come se sentissero in loro un vuoto. Qualcosa che alcuni hanno in qualche modo colmato con un'energia fortissima che li ha spinti a rimettersi in gioco, a costruire delle famiglie. Altri invece hanno posto un muro".
D.Khalil--SF-PST
