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Serpenti, la realtà assurda e il femminicidio che nessuno vuole ascoltare
Il regista, coautore con i D'Innocenzo: "La violenza vista in modo pungente, non retorico"
(di Francesco Gallo) "Ho ucciso mia moglie". Con queste parole Paolo Marra (Leonardo Liddi), uomo senza qualità e del tutto anonimo, si rivolge al poliziotto di turno in commissariato per costituirsi. L'uomo vuole liberarsi la coscienza, ma il poliziotto (Alessandro Borghi), affetto di mal di testa a grappoli, sembra non dare importanza alla cosa, perde tempo, lascia addirittura che l'assassino vada da solo da un ferramenta per comprare dei cappucci coprichiave, in modo che la polizia sia facilitata nel trovare subito le chiavi di casa sua per il sopralluogo. Insomma, apparentemente nessuna emergenza, nessun femminicidio. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti (Pietro Castellitto), cartomanti (Valeria Golino), cavilli burocratici, nessuno prende sul serio Paolo. È quello che accade in 'Serpenti' di Roberto De Paolis Maino, un piccolo gioiello che passa oggi nella sezione Venezia Spotlight per approdare poi in sala il 10 settembre distribuito da Be Water Film in collaborazione con Europictures. Alla sceneggiatura i mitici fratelli d'Innocenzo con lo stesso regista Roberto De Paolis Maino. "Mi ero chiesto tante volte come si potesse trattare il tema della violenza sulle donne - o della violenza in generale - cercando una via pungente ed originale, evitando un approccio facile e retorico. Ed ecco qui una storia che si sviluppa tutta in un contesto metaforico - il commissariato è una specie di modellino in plastica della società - dove c'è un uomo che ha ucciso sua moglie e prova, invano, a costituirsi" spiega il regista. Dice Castellitto, avvocato cialtrone ma molto pragmatico, sul tema della violenza di genere: "Noi in genere siamo abituati all'ipocrisia opposta, al silenzio prima e poi alla gente che scende in piazza dopo che certe cose accadono. Invece qui il paradosso del film che il questo personaggio fa i conti con con la reticenza e con il silenzio dopo, quando ha deciso di costituirsi e nessuno fa nulla. E credo che tutti questi personaggi che incontra siano un po' delle allegorie della sua coscienza". Sottolinea invece Valeria Golino a difesa di questo film: "È difficile fare satira sociale un'epoca in cui non si può più dire niente. In un certo senso questo potrebbe essere un esempio del nuovo cinema italiano che si interessa di politica, di sociale, ma non necessariamente in maniera sociologica. Mi faceva paura questo argomento, ma la realtà è così intrisa d'assurdo, e poi è così bello sperimentare". Conclude Fabio D'Innocenzo co-sceneggiatore insieme al fratello Damiano e al regista: "Credo che volessimo tutti raccontare una storia del reale: abbiamo preso molto seriamente questi personaggi e la vicenda che si stava raccontando, partendo dal presupposto che la realtà è paradossale, grottesca e assurda. E quindi abbiamo immaginato un vero poliziotto, un vero avvocato. Non abbiamo mai lavorato sulla parodia quanto sulla realtà, sulla verità di questo film e dei suoi personaggi".
G.AbuOdeh--SF-PST
