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Micaela Ramazzotti tra cinema, amore, Loach e la regia
L'attrice si è raccontata in un incontro con gli studenti a Taormina
(di Francesco Gallo) A Micaela Ramazzotti, 47 anni, non manca la freschezza di uno sguardo autentico e senza malizia, una spontaneità naturale, la sua, che forse da poco riesce a vivere pienamente anche grazie al recente matrimonio con il personal trainer Claudio Pallitto conosciuto nel 2022 sul set di 'Felicità'. Di fatto all'incontro con gli studenti al Taormina Film Fest di Tiziana Rocca l'attrice ha mostrato un rinnovato entusiasmo e una grande disponibilità ad esprimere senza timidezze il suo pensiero. Micaela Ramazzotti quanto conta lo sguardo femminile in un film? "Penso a un regista di qualche anno fa come Antonio Pietrangeli che ha raccontato le donne con uno sguardo veramente femminile. Quando guardo un film non mi interessa sapere chi lo ha diretto, se uomo o donna, voglio semplicemente lasciarmi andare a quello sguardo". Quanto è importante raccontare la famiglia? "Mi piace raccontarne soprattutto la parte problematica dei personaggi togliendo loro le maschere e lasciandoli nella loro autenticità e incertezza. In 'Felicità' questi personaggi sono abitati da una grande malinconia, da una grande solitudine. Hanno volti pallidi, portano addosso il dolore dello stare al mondo. Ma alla fine inseguono l'amore, perché è quello che vogliamo tutti: abbiamo bisogno di amore, abbiamo bisogno degli altri". C'è un personaggio che l'ha segnata in modo particolare? "Serena in 'Anni felici' di Daniele Lucchetti. È un film di circa quattordici anni fa e in quel periodo aspettavo mia figlia Anna. Ho scoperto di essere incinta appena firmato il contratto e la prima cosa che ho fatto è stata chiamare il regista e il produttore per scusarmi. Vi rendete conto? Invece di dire: 'Sono felice, sono incinta, farò un film con due cuori', mi sono scusata. Questo dimostra quanto ancora noi donne ci sentiamo in colpa. Quanto dobbiamo ancora lottare per sentirci forti? La maternità è un grande dono. Porta profondità, emozione, calore. Nel mio sguardo c'era già un altro essere umano. Però è stato faticoso anche per questo: sentivo di dover dimostrare di essere forte". Ci sono film che le hanno cambiato la vita o le hanno dato speranza? "Tantissimi. Sicuramente Ladybird Ladybird di Ken Loach, un'opera meravigliosa tratta da una storia vera che racconta una donna fragile, a cui vengono tolti i figli. È un film durissimo e bellissimo, perché Loach ha la capacità di farti entrare dentro l'umanità dei suoi personaggi. Ma mi è piaciuto moltissimo anche Emilia Pérez di Audiard". Cosa l'ha spinta a passare dietro la macchina da presa? "Ho iniziato questo mestiere molto giovane, avevo sedici, diciassette anni. Ho imparato tanto e ho rubato tantissimo con gli occhi. A un certo punto avevo in testa un personaggio: una parrucchiera di periferia. Non potevo andare da un regista e dirgli: 'Scrivimi questo personaggio'. Allora ho pensato: cominciamo a scrivere. Avevo in mente una famiglia disfunzionale: due genitori come un mostro a due teste, un fratello con una depressione profonda, un compagno manipolatore. Ho iniziato a mettere insieme tutto questo e piano piano è nato il soggetto, poi la sceneggiatura. Prima ancora di andare dal produttore avevo già in mente gli attori, per me sono fondamentali: devono avere la sensibilità giusta per entrare nei personaggi. Quando sono arrivata dal produttore, gli attori c'erano già. Gli ho detto: il film è questo e l'abbiamo fatto".
X.Habash--SF-PST