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'Ghost Elephants', gli elefanti perduti di Werner Herzog su Disney+
Il documentario segue l'esploratore Steve Boyes: 'Un'ode alla resilienza indigena'
(di Lucia Magi) "La scienza ha bisogno di essere tradotta", afferma Steve Boyes, biologo della conservazione sudafricano ed esploratore del National Geographic, parlando con l'ANSA via Zoom. Il suo interprete, capace di appassionare anche gli spettatori profani alla ricerca dei discendenti dell'elefante più grande mai esistito, è niente meno che il regista, attore, sceneggiatore e scrittore Werner Herzog. Il frutto dell'incontro tra i due è raccolto nel documentario 'Ghost Elephants', che il creatore tedesco ha scritto, diretto e narrato. Presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film del National Geographic arriva su Disney+ dall'8 marzo. Il documentario segue Boyes negli altopiani dell'Angola, tra foreste avvolte dalla nebbia, alla ricerca dei misteriosi "elefanti fantasma" di Lisima, animali sfuggenti che potrebbero essere discendenti di uno dei più grandi pachidermi mai documentati, un esemplare ucciso da un cacciatore nel 1955 e soprannominato Henry. La pellicola si apre proprio con la visita dell'esploratore al museo di scienze naturali Smithsonian di Washington, dove l'immenso animale è esposto. La macchina da presa gli gira attorno mentre Boyes lo osserva: i suoi occhi azzurri sono lucidi; la sua emozione è contagiosa. "Sto in mezzo agli elefanti tutto l'anno. Cammino con loro, nuoto con loro, li amo", racconta lo scienziato. "Sapevo tutto di Henry, lo avevo studiato e da anni cercavo i suoi discendenti. Ma vederlo in persona mi ha mozzato il fiato. Nel museo è montato in una posizione che sembra quella di un animale che sta per essere colpito o che sta per caricare. Non è tranquillo. È come trovarsi molto vicino a un elefante che non vuole che tu sia lì". Dopo l'incontro con l'animale, la ricerca dei suoi figli o nipoti, che da anni sfuggono al ricercatore, entra in una dimensione quasi mistica. "Uno scienziato raccoglie dati. Un po' di genetica, degli isotopi. Mette insieme questi elementi e poi costruisce una storia", osserva Boyes. "Le nostre pubblicazioni sono questo: la conclusione e la discussione dei dati che abbiamo accumulato. Ma spesso risultano poco intelligibili per le persone comuni. Perché tutti capiscano e facciano propria la nostra voce, abbiamo bisogno di personaggi, di una narrazione, di un luogo". È quello che ha fatto Herzog, cantore privilegiato di quel territorio sfumato tra realtà e lirismo, che si tratti di 'Fitzcarraldo' o di 'Grizzly Man'. "Nella scienza cerchiamo verità e comprensione, mentre nella narrazione cerchiamo impatto e significato", continua Boyes. "Solo questi ultimi possono spingere al cambiamento e a proteggere qualcosa". Nelle mani del maestro 83enne, il documentario finisce così per mettere in secondo piano gli animali, per dare risalto a chi li cerca, che da un decennio collabora con Boyes: il collega angolano Kerllen Costa e tre maestri tracciatori della tribù indigena Khoisan, Xui, Xui Dawid e Kobus, la cui conoscenza della natura si rivela decisiva dove la tecnologia ha fallito. "Riconoscono le impronte degli elefanti come noi riconosciamo i visi delle persone. Capiscono esattamente quale animale è passato da lì, quando e dove era diretto". Seguendo i loro insegnamenti, i primi piani e le risposte che danno a Herzog — con quesiti del tipo: "Che cosa vi dice la foresta? Cosa vedete che noi non vediamo? Cercare elefanti è simile a sognare?" — il film intona un'ode alla cultura indigena. "Probabilmente la risorsa umana più minacciata sul pianeta", avverte Boyes. "Nelle comunità che ho incontrato circa il 70 per cento dei giovani se ne va. Diciamo che andremo su Marte per salvare la nostra specie. Ma il nostro piano di riserva dovrebbe essere la difesa e l'ascolto di chi è restato: loro sanno come vivere nella natura in modo sostenibile". Nel loro villaggio di capanne, sono monumenti alla resilienza, che Boyes dice di incontrare ovunque. "Mi imbatto di continuo nelle conseguenze dei cambiamenti climatici e delle estinzioni. Un secolo fa in Africa vivevano 10 milioni di elefanti; oggi ne restano a malapena duecentomila. Eppure trovo sempre nuclei di resilienza. Questo mi dà speranza. Mi fa svegliare ogni mattina con l'idea che andrà tutto bene". Il sodalizio con Herzog serve proprio a trasmettere quella speranza operosa: "Vorrei che questo film facesse prendere vita alla foresta vicino a casa tua. Spero che renda vivo il fiume vicino a te. Dobbiamo sognare luoghi selvaggi e strani, sentirli nostri, per difenderli, perché è da lì che veniamo".
A.Suleiman--SF-PST
