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'Due procuratori', la giustizia kafkiana dell'URSS staliniana
In sala thriller politico di Loznitsa da racconto di Demidov
(di Francesco Gallo) Dietro ogni porta di ministero o di un ufficio qualsiasi ci sono due guardie impassibili, quasi a monito, e questo anche nei corridoi e in luoghi totalmente inutili. Siamo nell'Unione Sovietica del 1937, all'apice delle purghe staliniane, un Paese che sembra nato da un sogno di Kafka e dove tutto è iper controllato. Questo l'oscuro fondale dove si agitano come in un acquario i personaggi dei 'Due Procuratori', film di Sergei Loznitsa tratto da un racconto di Georgi Demidov, già passato in concorso a Cannes, e ora in sala con Lucky Red dal 12 febbraio. In questa realtà totalitaria migliaia di lettere scritte da prigionieri accusati spesso ingiustamente vengono sistematicamente bruciate nelle celle della polizia segreta, ma una, contro ogni previsione, sfugge alla distruzione. Non solo si salva, ma arriva anche sulla scrivania giusta, quella di Alexander Kornev (Alexander Kuznetsov), giovanissimo procuratore appena nominato. Un idealista totalmente organico e fedele ai principi del bolscevismo. Insomma un uomo tanto buono quanto ingenuo. Ora Kornev non solo legge la lettera, ma si convince anche, dopo aver incontrato in carcere l'accusato nella più fetida delle celle, che è davvero innocente ed è vittima della corruzione interna all'NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni dell'Unione Sovietica). Spinto da questa consapevolezza il giovane funzionario non si ferma e va a Mosca dal potentissimo Procuratore generale che tutto può. Dopo una lunga attesa in una sala tanto piena quanto silenziosa, Kornev ha il suo breve colloquio. Avrà giustizia da questo alto funzionario del partito? In quegli anni, ma non solo allora, le logiche del potere, di uno Stato totalitario quasi mai coincidevano con il diritto. "Giustizia socialista? Non esisteva - dice il regista ucraino a La Nuova Europa - . A quei tempi, però, le persone vivevano in un mondo completamente diverso, di totale ignoranza. Il nostro protagonista ad esempio vive in uno spazio di cui, in realtà, non sa nulla. Gli sembra di capire, ma non capisce. E l'altro personaggio, quello che lui cerca di difendere, a causa della propria ignoranza lo manda incontro a morte certa. Cercando di fare del bene - continua il regista di 'Donbass' -, decide la sorte del suo possibile salvatore. Questa è una delle tragedie più profonde dell'essere umano in generale: non capire dove si trova. Il nostro compito principale è proprio questo: capire chi siamo e cosa ci accade intorno". Riguardo invece l'ingegnosa sceneggiatura dell'arresto di Kurnov, assolutamente da non spoilerare, spiega Loznitsa: "In effetti, ai tempi di Stalin, spesso si escogitavano modi elaboratissimi per condurre la vittima, che comunque non avrebbe opposto resistenza, fino alle porte della prigione. È una manifestazione della teatralità che oggi è rifiorita in modo vistoso. Anche allora mettevano in scena questi spettacoli. Quei teatrini - conclude il regista - venivano fatti anche per spezzare l'uomo. Ai carnefici di Stalin non bastava arrivare, arrestare e uccidere,c'era in loro anche certamente qualcosa di infernale".
F.AbuShamala--SF-PST