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Albani e Scarlatti, un mecenate per la famiglia dei musicisti
Nel libro di Luca della Libera lettere e clientelismo nel '700
(di Luciano Fioramonti) LUCA DELLA LIBERA, 'CON LA DOVUTA HUMILTÀ DEL MIO PROFONDO RISPETTO. LE LETTERE DELLA FAMIGLIA SCARLATTI AD ANNIBALE ALBANI' (Libreria Musicale Italiana, pagine XX+199, euro 30). C'era perfino la richiesta di numeri da giocare al lotto nella lista di favori che Annibale Albani, nipote del Papa Clemente XI, si trovò a gestire nel rapporto con la famiglia di Alessandro e Domenico Scarlatti, musicisti tra i più famosi dell'età barocca. La loro corrispondenza svela non solo la relazione stretta con il mecenate ma anche un caso particolare di clientelismo all'inizio del Settecento. A portarla all'attenzione degli specialisti e di un pubblico più ampio è Luca Della Libera, docente al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone e critico musicale del Messaggero, nel libro 'Con la dovuta humiltà del mio profondo rispetto. Le lettere della famiglia Scarlatti ad Annibale Albani' (Libreria Musicale Italiana, pagine XX+199, euro 30). A facilitare la ricerca dell'autore è stata la completa digitalizzazione dell'Archivio Albani che ha permesso il recupero di una collezione straordinaria di cento lettere inedite della famiglia Scarlatti ad Annibale Albani (1682-1751). "Si tratta di un corpus documentario di altissimo valore, che permette di approfondire le dinamiche del mecenatismo musicale all'inizio del Settecento da parte di una delle più importanti famiglie di musicisti italiani - osserva Della Libera -. Alcune lettere di Alessandro sono di grandissima importanza, perché danno informazioni assolutamente inedite anche in relazione alla sua poetica e al suo metodo compositivo". Oltre ad Alessandro scrivono ad Annibale Albani la moglie Antonia, i figli Domenico, Pietro, Flaminia e Cristina, per omaggiarlo in occasione di feste e riconoscimenti ma anche per avere sostegno economico, invio di musica, chiedere suoi testi per cantate, sollecitare aiuto riguardo la monacazione delle figlie di Alessandro, raccomandazioni per sé stessi e per i propri familiari. Fino, appunto, a farsi dare i numeri del lotto, come testimonia una lettera di Flaminia che nel gennaio 1715 scrive da Napoli di aver saputo che a Roma c'è un ebreo che dà i numeri della lotteria, chiamata "l'estrattione della donzella" perché il lotto abbinava numeri e giovani donne, e tra gli elementi simbolici più importanti della città c'erano le donzelle povere, che se estratte dalla ruota, ricevevano in premio una modica dote. "Ho preso l'ardire di supplicare Vostra Eminenza di favorirmi se si potesse avere detto distico dal suddetto Ebreo, e le gabole di detti Eminentissimi per la futura estrazione, che deve seguire al 2 marzo del corrente anno". Alessandro Scarlatti si trasferì per breve tempo nel 1706 da Roma a Urbino, la città degli Albani, e scrisse ad Annibale una prima lettera a proposito dell'entrata in convento delle tre figlie femmine, Cristina, Flaminia e Caterina. L'anno prima il figlio Pietro era stato sistemato come maestro di cappella nel Duomo grazie all'intervento del mecenate. Le lettere testimoniano anche grandi tensioni familiari. Cristina, l'altra figlia di Alessandro, non vuole assolutamente seguire i genitori che devono tornare a Roma: "Sappia dunque Vostra Eccellenza che se ciò succedeva, era finita per me che fossi più ricondotta qua; venni jeri al monasterio assieme con mia madre e sorelle, ma senza dimostrare, né fori né dentro quello che volevo fare, bussando la porta, chiamai la portinara che si compiacesse di aprirmi per un momento e improvvisamente entrai serrandomi qui e protestandomi che solamente morta mi caveranno di qua, ma, viva, non mai…".
T.Samara--SF-PST