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Kore-eda, 'non bisogna avere paura dell'intelligenza artificiale'
In sala dal 27 agosto il bambino androide di 'Sheep in the Box'
(di Francesco Gallo) "Non dobbiamo avere paura dell'intelligenza artificiale: anche se riuscisse a fare film migliori dei miei, certo non per questo smetterò di fare il regista. Un altro esempio? Anche se battesse tutti alla dama cinese, amerò sempre fare il tifo per due campioni umani di questo gioco che si sfidano". Così il maestro giapponese Hirokazu Kore-eda, che firma 'Sheep in the Box', film già in concorso al Festival di Cannes e dal 27 agosto in sala, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Al centro del racconto c'è ancora l'amata famiglia, protagonista di tante sue opere, composta questa volta da una coppia benestante, quella di Otone (Ayase Haruka) e Kensuke Komoto (Daigo), che recentemente ha perso il figlio di sette anni. I due accettano di accogliere così nella propria casa un androide identico al bambino morto che grazie all'IA è stato rigenerato con tutti i dati disponibili: voce, ricordi, carattere e abitudini. Insomma un clone vero e proprio di Kakeru. Ma quest'ultimo può essere davvero amato? Il padre, che dirige un'impresa edilizia, inizialmente proprio non lo sopporta ("non chiamarmi papà", gli dice infastidito quando Kakeru tenta questo approccio), mentre la madre, un'architetta, continua a gioire anche solo nel vederlo girare in casa. Spiega Kore-eda: "Ho preso spunto dai cosiddetti 'resurrection business' cinesi, aziende che usano IA, avatar e simulazioni vocali dei defunti. Raccolgono in pratica solo le cose belle e positive delle persone scomparse, ma sappiamo tutti che non ci sono solo le cose belle e tutto questo alla fine non funziona. Altro elemento che mi ha spinto verso questo mondo è stato un esperimento in cui la voce di un cantante giapponese scomparso veniva utilizzata per interpretare nuove canzoni. Osservando queste iniziative che coinvolgevano i defunti, mi sono ritrovato a chiedermi perché mi provocassero un così grande senso di inquietudine". E ancora il regista, che a Cannes nel 2013 ha vinto il Premio della giuria per 'Father and Son' e nel 2018 la Palma d'oro per 'Un affare di famiglia': "Va considerato che nella nostra cultura e, in genere in Oriente, il lutto è una cosa diversa. Per noi quando una persona muore non scompare del tutto, la sentiamo ancora vicina. Anzi, come si vede anche nel film, abbiamo una festa per ricordare i morti (l'Obon, ndr) in cui per qualche giorno all'anno si crede che gli spiriti degli antenati ritornino nel mondo dei vivi per visitare le proprie famiglie". Il titolo del film richiama il celebre episodio della pecora nella scatola del 'Piccolo Principe' di Antoine de Saint-Exupéry, pecora che non è davvero rappresentabile perché esiste soprattutto attraverso l'immaginazione e una proiezione affettiva. "La cosa che divide esseri umani e androidi - sottolinea Kore-eda - è soprattutto il corpo, perché loro ne hanno uno solo artificiale, meccanico, ma c'è un'altra cosa che ci divide completamente: l'immaginazione. Gli umanoidi sono intelligenti, però a certe cose non ci possono arrivare, non riescono ad immaginare. È quello che scopre la madre di Kakeru quando legge un libro illustrato al suo clone. Il vero figlio defunto le faceva domande che il suo avatar non riesce neppure a pensare e questo per lei è molto triste".
G.AbuHamad--SF-PST