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'Goat: sogna in grande', oltre il basket una storia di ritmo e tenacia
L'ultimo cartone action della Sony Pictures Animation, dal 12 febbraio in sala
(di Lucia Magi) Per chi lo ama, lo pratica o lo segue, il basket non è solo uno sport. È un modo di stare al mondo: influenza lo stile, la musica che ascolti, il tuo abbigliamento e come ti muovi per la città (con lo skateboard, ovvio). "Amiamo ogni piega di questa cultura" raccontano Tyree Dillihay e Adam Rosette, co-registi di 'Goat: Sogna in grande', nuovo cartone targato Sony Pictures Animation, in sala dal 12 febbraio. "Ci abbiamo semplicemente aggiunto quello che sappiamo fare meglio qui, cioè un'animazione mozzafiato", sorridono. Dillihay e Rosette sono la cima di una piramide fatta di oltre cento artisti e decine di consulenti che, in sette anni e mezzo, hanno confezionato questa action-comedy dall'animo motivazionale uscita dalla fucina degli acclamati e redditizi 'Spider-Man: Across the Spider-Verse', 'Spider-Man: Into the Spider-Verse', ma anche 'KPop Demon Hunters', poi venduto a Netflix. Le indicazioni arrivate da Kristine Belson, a capo dello studio, erano chiare: "Voleva un film sportivo centrato su un underdog e ambientato in un mondo di soli animali", ricorda Dillihay durante una visita a questa oasi di artigiani e maghi del computer riservata a un ristretto gruppo di giornalisti, tra cui ANSA. 'Goat' gioca sul doppio significato di "capra" e dell'acronimo inglese che indica "il più grande di tutti i tempi". Will è una capretta mingherlina e spettinata che, fin da bambino, quando la madre lo portava sugli spalti a vedere le partite, sogna di diventare un campione di roarball: una versione più feroce e veloce del basket, dominata da bestie ben più imponenti e aggressive, tipo rinoceronti e cavalli. Il suo idolo è Jett Fillmore, una pantera stella dei Thorns, la sua squadra del cuore, determinata a vincere il campionato prima di appendere le scarpette al chiodo. Quando un bizzarro intreccio di destino e marketing gli offre la possibilità di entrare nei Thorns, Will viene deriso e sottovalutato, ma non si lascia scoraggiare. Non cerca di mimetizzarsi: vuole cambiare le regole del gioco e dimostrare che anche i "piccoli" possono stare in campo. "È una vera lettera d'amore al basket", ragiona Rosette. "Ma cercavamo una storia universale, condivisibile da tutti, non solo dai fan. Se parli solo di come vincere, ottieni un film sportivo come tanti. Il cuore del film sta piuttosto in Will e nella sua volontà di dimostrare che la madre aveva ragione a credere in lui, a incoraggiarlo con quella frase 'Sogna in grande'". L'ispirazione è arrivata dalla vita reale: la star Nba Stephen Curry, a cui all'inizio della carriera fu ripetutamente detto che era troppo magro e troppo piccolo per diventare un professionista, si è unito al progetto da quasi subito e risulta anche tra i produttori. "Che tu sia quello piccolo, quello strano o quello fuori posto, se credi in te stesso, alla fine trovi la tua strada", chiosa la produttrice Michelle Raimo Kouyate, che però amplia la portata: "Non è un messaggio individualista. Per realizzare il suo sogno, Will ha bisogno di una comunità attorno. La città di Vineland lo sostiene, lo avvolge e trova identità e coesione attorno al tifo. I Thorns devono imparare il gioco di squadra, che valorizza le capacità di ognuno e ne colma le lacune. Per vincere Jett deve passare palla, accontentarsi a volte di un bel servizio, mentre qualcun altro fa canestro! Nessuno vince da solo". Vineland insegna questo: un coro di animali di ogni stazza e abitudine, ciascuno con il suo ruolo, in una città immaginata con una sensualità pittorica che cattura lo sguardo. È quasi una distopia: un regno in rovina, attraversato da liane e rampicanti che invadono palazzi e pali, con salotti logori e campetti circondati da reti metalliche arrugginite, canestri storti e tabelloni consumati. I colori stesi come olio su tela compongono un fondale vivido su cui i personaggi spiccano grazie a tagli di luce netti. "Eravamo preoccupati di rendere il tutto organico e sincero", afferma Rosette. A rendere adrenalinica l'ora e quaranta minuti davanti allo schermo non è tanto il filo narrativo, ma sono piuttosto i dettagli, l'energia visiva e l'hip hop della colonna sonora (di Kris Bowers) che rimbalza veloce quanto la palla. Veloce quanto i salti dell'Uomo Ragno.
P.Tamimi--SF-PST
