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Amedeo Nazzari, il divo dimenticato
L'appassionante biografia firmata da Roberto Liberatori colma un autentico vuoto
(di Giorgio Gosetti) ROBERTO LIBERATORI, AMEDEO NAZZARI (Edizioni Sabinae, 442 pp, 22 euro) Sembra quasi uno scherzo della memoria, ma il nome di Amedeo Nazzari risulta quasi sconosciuto oggi anche alla platea dei cinefili più giovani, mentre per decenni non solo è stato un grande attore del cinema italiano, ma un autentico mito popolare, invidiato da Hollywood che a lungo lo corteggiò senza successo. Eppure anche la bibliografia critica su di lui è occasionale e sparuta, sicché l'apparizione in libreria, grazie alle Edizioni Sabinae, di una puntuale e appassionante biografia firmata da Roberto Liberatori colma un autentico vuoto. Bisogna aggiungere che senza la passione e l'attenzione di Evelina Nazzari (la sua unica figlia) probabilmente questo libro non sarebbe potuto esistere perché si appoggia a un'ampia serie di documenti, lettere private e memorie personali accessibili per la prima volta. Chi sia stato Amedeo Nazzari è a sua volta una storia appassionante che attraversa più di trent'anni della nostra storia e in qualche modo scandisce le trasformazioni del Paese. Amedeo Carlo Leone Buffa (il nome d'arte lo ereditò dal cognome del nonno materno) nasce a Cagliari il 10 dicembre 1907, figlio del proprietario di un pastificio che lo lascia orfano ad appena 6 anni, spingendo così la mamma Argenide a trasferire la famiglia a Roma iscrivendo il ragazzo al collegio dei Salesiani dove scopre la sua vocazione artistica partecipando alle recite scolastiche e poi alle Filodrammatiche. Da qui al teatro il salto è breve e spinge Amedeo a lasciare anzitempo l'università. Caso abbastanza raro nello spettacolo di quegli anni sono le grandi attrici a fargli da pigmalione: in teatro prima Marta Abba e poi Elsa Merlini, mentre il vero debutto al cinema si deve ad Anna Magnani che convince il marito, Goffredo Alessandrini, a scritturarlo per il ruolo di un ufficiale pilota in "Cavalleria" del 1936. Il film, come il successivo "Luciano Serra Pilota", è un clamoroso successo al botteghino e fa già di Nazzari un divo, immagine consolidata poi dal suo titolo più famoso, "La cena delle beffe", diretto da Alessandro Blasetti nel 1942. Intanto, per la sua interpretazione in "Caravaggio, il pittore maledetto" di Alessandrini è stato premiato alla Mostra di Venezia nel 1941. Nei giorni confusi dell'armistizio e dell'8 settembre, Nazzari finisce tra gli artisti "arruolati" dalla Repubblica di Salò, ma riesce a evitare di lavorare nei film di "regime" e, a guerra finita, ricomincia una faticosa scalata al successo che trova ancora in Blasetti il suo mentore grazie a "Un giorno nella vita" (1946) e poi a due film che fanno scalpore: prima "Il bandito" di Alberto Lattuada e poi "La figlia del Capitano" di Mario Camerini che lo dirigerà anche ne "Il brigante Musolino". All'inizio degli anni '50 Amedeo Nazzari è il divo più celebre dell'Italia al cinema, lavora con grandi registi (da Luigi Zampa a Pietro Germi, da Mario Monicelli a Federico Fellini che lo chiama per "Le notti di Cabiria"), ma è per merito di un abile artigiano, Raffaello Matarazzo se tutta l'Italia, specie quella femminile, perde la testa per lui. I melodrammi -ben sette- recitati in coppia con Yvonne Sanson da "Catene" del 1949 in poi, sono bistrattati dalla critica ma trionfano al botteghino e conosceranno uno strepitoso revival quando approdano in tv nel 1969 proposti da Gian Luigi Rondi. Grazie a questi film, senza pretese ma di grande professionismo, Nazzari viene cercato da Hollywood (ma rifiuterà di duettare con Marilyn Monroe per paura del suo inglese e della sua timidezza come ballerino) e in Argentina dove gli offrono un contratto stellare. Rifiuterà anche questo perché ritiene che il ruolo di un italiano corrotto e sena scrupoli porti disdoro al suo paese. Lo difenderà addirittura Evita Peron che gli consentirà di tornare a casa senza penali. Sono appena poche delle infinite sorprese che il libro "Amedeo Nazzari" di Roberto Liberatori adesso racconta con dovizia di testimonianze, così come traccia per la prima volta il profilo anche umano di un uomo che ebbe un solo vero difetto: nella vita assomigliava proprio al suo personaggio, un tipo di italiano sobrio e rigoroso, timido e virile in cui tutti si sarebbero voluti specchiare ma pochi ne avrebbero avuto la tempra, il fisico, la voce baritonale e la bellezza latina.
M.Qasim--SF-PST
