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Fiorito, da venti anni il fotografo di scena di Paolo Sorrentino
Sul set chi scatta dev'essere "nella testa del regista"
(di Francesco De Filippo) ANDRIA, BRANDONI, CROCE a cura di, LO SGUARDO ATTIVO DI GIANNI FIORITO (Artdigiland; 253 pag.; 24 euro) Descrivere un film attraverso una foto di scena che lo rappresenti e contestualizzi la macchina del cinema nel territorio. Così da comporre - con vari film - la mappa geografica e sociale ddell'Italia. E' il tratto di Gianni Fiorito, fotoreporter prima, fotografo di scena poi, da 20 anni al fianco di Paolo Sorrentino. Lo si ricava dal libro in cui Fiorito si sottopone a un fuoco di fila di domande sulla fotografia di tre critici cinematografici, Amando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce, a comporre un saggio sul ruolo e il futuro della fotografia. Fiorito espone, spiega, illustra, forte di 16 libri pubblicati e 79 film da fotografo di scena (con registi come Malick, Corsicato, Malick, Turturro, De Bernardi, oltre a Sorrentino); di una quindicina di mostre personali e una decina di collettive. Cominciamo dalla fine: il cinema. Per Fiorito il fotografo di scena deve essere invisibile, attento a non "impallare" le telecamere, a non intralciare gli affollati set o interrompere la concentrazione di tecnici, attori, regista. E non deve perdere di vista quest'ultimo, anzi, deve interpretarne gli sguardi, anticiparne le intenzioni. Se il film è una casa, "il regista è a casa propria; il fotografo è un ospite", dice Fiorito. "Sul set il fotografo sia nella testa del regista". Al momento opportuno, trovi luogo e momento per una zampata che sia uno scatto rappresentativo del film. Non importa se la scena sarà scartata in montaggio: l' importante è che sintetizzi il film. Ma Fiorito si spinge oltre: ha l'ambizione di 1) scattare una foto che rappresenti il film; 2) in cui compaiano i tecnici al lavoro, perché si capisca che è una ripresa; 3) che identifichi il territorio. Classe 1959, Fiorito ha cominciato - nella cronologia della fotografia - un'era geologica fa, quando per trasmettere uno scatto si utilizzava la telefoto. Più tardi sarebbe arrivato il computer: sette minuti per foto bianco/nero, 24 per il colore. Un'eternità!. Pochi trucchi. I fotografi di cronacaccia oltre a macchine, ottiche e rullini, nel pesante borsone portavano un peluche: non si sa mai che ci fosse un incidente stradale con bimbi, si sistemava il bambolotto sull' asfalto vicino ai rottami. Non mistificazione della realtà ma una accentuazione che in modo più incisivo della scena a disposizione raffigurasse l'accaduto. Oggi la tecnologia consente di creare una realtà posticcia e non distinguibile dalla realtà reale. Allora come oggi per Fiorito c'è solo un principio cui appellarsi e affidarsi: "l'etica del fotografo". Tranne pochi casi, lui non è mai stato un fotografo da uno scatto e via: "Dietro una foto ci dev'essere una testa, un pensiero, un'idea di come raccontare e far emergere, in una certa maniera, delle cose. Oggi è tutto un ta ta ta" (rumore dello scatto). Dunque le ore in sopralluoghi e osservazioni per i lavori su manicomi, terremoto, camorra pubblicati da Repubblica, Espresso, testate estere. All' insegna dell'etica e nel rispetto delle 5 "w" del giornalismo (why, where, what, who, when). Se i selfie oggi sono "un modo per evitare di accettarsi, evitare la differenza", disorienta immaginarne l'evoluzione.
W.Mansour--SF-PST